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domenica 11 marzo 2012

Epistola n. 6: Prof. Babington a Dottor Kircke

Cambridge, 11 marzo

Mio caro e paziente Dottor Kircke,

molto tempo è trascorso dalla sua graditissima e, come sempre, confortante lettera del 23 gennaio. Gravi disturbi e gli inevitabili acciacchi della mia non più verde età mi hanno impedito di abbandonarmi al soave piacere di scriverle e aggiornarla sulla stato sempre più melanconico delle mie ricerche.
Ricordo ancora quando, giovane Lecturer del St. John's, mi avviavo alla scoperta della mia passione e della ragione più profonda della mia vita di scienziato. Erano tempi diversi, più liberi e ambiziosi, più aperti al nuovo e più coraggiosi. Esisteva ancora un Dipartimento di Storia Fecale e il mio mentore, il celebre Professore Pit Cramp, mi incoraggiava a girare per le sacre aule e nei sacri bagni dell'università munito di un antiquato microfono e di un registratore (oggi esposti nell'ormai dimenticato Museo di storia anale) con cui documentare i rumori più intimi dei miei colleghi e delle mie colleghe, dei miei docenti e finanche del magnifico Rettore. Indispensabile era poi l'uso del cosiddetto "cattura essenze" (Smelling device 340), l'innovativo, almeno al tempo, dispositivo di filtraggio e catalogazione degli odori connessi alle nostre più sincere e autentiche esternazioni. Quante nottate passate in laboratorio, quanta energia, quanto entusiasmo.
E' in quegli anni che sono nati i testi per cui oggi, vecchio e piegato dall'ostracismo accademico, sono ancora immeritatamente ricordato: l'archetipico "Eterno ritorno del fecaloma", "Le tre fasi del non morto", recentemente ristampato come "Le quattro fasi del non morto", e l'ormai introvabile "Suoni e odori del nostro Io".
Ritrovo però in lei l'indomita perseveranza di un tempo, e apprezzo enormemente il modo in cui sta portando avanti le sue ricerche nonostante le difficoltà e la semi-clandestinità. Encomiabili sono gli sforzi rivolti ad aiutare l'umanità a padroneggiare l'imbarazzo legato alle esternazioni pubbliche. Eppure inevitabile scatta un'obiezione di fondo: non sarebbe più rivoluzionario rendere socialmente accettabili queste nostre naturalissime e umanissime manifestazioni? Manifestazioni che spesso si rivelano potenti, commoventi, sorprendenti? Perchè nasconderle, padroneggiarle, quando invece potrebbero costituire argomento di conversazione, motivo di scambio, trasformandosi in collanti per relazioni impostate finalmente su una maggiore sincerità e naturalezza? Come può il maggiore estimatore della scarica diarroica, giustamente assimilata ai toni del fagotto rinascimentale, ambire all'eliminazione della sonorità di peto ed escremento?
E' questa la nuova frontiera dei miei studi. Frontiera che si è aperta dopo il mese di esperimenti condotti sui miei tre allievi, i tre fratelli Fartson, di cui leggerà nelle prossime settimane sul Faeces Quarterly. Posso soltanto anticipare che al termine del mese di forzata astensione dalla scoreggia pubblica e privata (per ragioni mediche e legali sono stato invece costretto ad accordare l'evacuazione dopo appena una settimana), i tre soggetti sono sprofondati in una forma depressiva ancora non classificata. Appena avrò ottenuto i primi dati dal Dipartimento di Neuropsichiatria dell'Università del Lichtenstein provvederò all'elaborazione dei risultati sperimentali.

Con affetto e stima

Suo Prof. C.A. Fawcet Babington
Department of Natural Philosophy
St. John's College
Cambridge
UK

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